I PADRONI DEL MONDO? “Non esistono, il potere è frammentato: tra Stati e finanza vince chi crea legami”

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In uno scacchiere internazionale sempre più complesso l'Europa può avere ancora un ruolo importante se vuole.

In un frangente storico contraddistinto da conflitti e da rapporti di forza che rischiano di ridisegnare anche le alleanze tra le democrazie occidentali, diventa molto interessante l’incontro in programma oggi al Meeting di Rimini (ore 17:00 in Auditorium) dal titolo “I padroni del mondo”, che vedrà tra i suoi relatori Stefano Lucchini, Group Chief Institutional Affairs and External Communication Officer Intesa Sanpaolo, che abbiamo raggiunto per un’intervista.

Il titolo dell’incontro al Meeting è volutamente provocatorio: I padroni del mondo. Se dovesse rispondere alla domanda implicita in quel titolo, chi detiene oggi davvero il potere? Gli Stati, le grandi potenze militari, chi controlla la tecnologia e i dati, oppure i grandi attori economici e finanziari?

La risposta più onesta è forse quella che delude chi cerca un nome o un soggetto preciso. Oggi non esiste un unico padrone del mondo. Per secoli abbiamo pensato che il potere appartenesse agli imperi, agli eserciti, agli Stati. Poi lo abbiamo attribuito alla finanza globale, alle multinazionali, alle grandi infrastrutture economiche. Oggi guardiamo agli algoritmi, ai dati e alle piattaforme tecnologiche. In realtà stiamo vivendo una fase in cui il potere si è frammentato e distribuito. Gli Stati restano decisivi, ma nessuno può governare da solo fenomeni come l’intelligenza artificiale, le migrazioni, la sicurezza energetica o le catene globali del valore.

Proprio questa dispersione del potere rende centrale la responsabilità. A mio giudizio influenzerà davvero il futuro chi saprà generare fiducia, costruire cooperazione e tenere insieme ciò che oggi tende a separarsi. In un mondo sempre più interdipendente, la capacità di creare legami conta e conterà sempre più della capacità di esercitare potere.

Per decenni l’Europa ha confidato nell’idea che integrazione economica e interdipendenza potessero ridurre il rischio dei conflitti. Oggi guerre, sicurezza energetica, catene di approvvigionamento e difesa sono tornate al centro delle scelte economiche. Quel paradigma è finito? Stiamo entrando in un’epoca in cui la sicurezza viene prima dell’efficienza economica?

Più che assistere alla fine di un paradigma, stiamo assistendo alla fine di un’illusione: quella che l’interdipendenza economica, da sola, fosse sufficiente a garantire la pace. Per molti anni abbiamo pensato che l’integrazione dei mercati avrebbe progressivamente neutralizzato le tensioni geopolitiche. La realtà si è rivelata più complessa. L’interdipendenza resta un fattore di stabilizzazione, ma può diventare anche uno strumento di pressione quando riguarda energia, tecnologia, materie prime o infrastrutture strategiche. Dalla pandemia alle crisi energetiche, fino ai conflitti che stanno ridisegnando gli equilibri globali, abbiamo imparato che efficienza e robustezza devono procedere insieme.

Se dovessi descrivere il cambiamento in corso con una sola immagine, direi che stiamo passando dall’epoca dell’ottimizzazione a quella della capacità di tenuta. Per decenni abbiamo costruito filiere puntando quasi esclusivamente su costi, velocità ed efficienza. Oggi sappiamo che contano anche la sicurezza degli approvvigionamenti, l’autonomia tecnologica e la capacità di assorbire gli shock.

La vera sfida a cui siamo chiamati è evitare che la sicurezza diventi sinonimo di chiusura. Le società aperte restano le più innovative, dinamiche e prospere. Occorre dunque trovare un nuovo equilibrio tra apertura e protezione, tra competitività e sicurezza. Perché nel mondo che sta emergendo la resilienza non sostituisce l’efficienza: la completa.

La presentazione dell’incontro parla di potenze occidentali che sembrano essere rimaste “senza voce”. È soprattutto l’Europa a rischiare l’irrilevanza? E può recuperare un peso politico reale senza dotarsi anche di una più forte capacità comune sul terreno industriale, tecnologico, finanziario e della difesa?

L’Europa non è assolutamente irrilevante e sarebbe un errore considerarla tale. È il più grande mercato integrato del mondo, una potenza regolatoria, industriale e culturale di primo piano. D’altra parte, è evidente che il peso economico non si traduce sempre automaticamente in influenza geopolitica. In una fase storica caratterizzata dalla competizione tra grandi attori continentali, l’Europa deve rafforzare la propria capacità di azione comune. Questo vale per la tecnologia, per l’energia, per la finanza, per la politica industriale e anche per la sicurezza.

Senza pensare di dover rinunciare alle identità nazionali, va compreso da tutti che molte sfide non possono essere affrontate dai singoli Stati. L’Europa dispone delle competenze, delle risorse e del capitale umano necessari per essere protagonista. Ciò che serve è una maggiore capacità di trasformare la propria scala economica in una vera capacità strategica. Il paradigma a cui noi europei dobbiamo abituarci rapidamente è che ciò che conta è la capacità di esercitare il potere in modo condiviso, più che la sua concentrazione.

Lei ha definito la relazione transatlantica “un pilastro di questo momento storico” e recentemente ha ribadito che l’amicizia tra Italia e Stati Uniti non è in discussione. Ma nello stesso tempo l’Europa sente sempre più il bisogno di ridurre le proprie dipendenze strategiche. Come si possono tenere insieme una maggiore autonomia europea e un’alleanza forte con Washington? E dove finisce l’autonomia strategica e comincia il protezionismo?

A mio avviso esiste una falsa contrapposizione tra autonomia europea e relazione transatlantica. Il rafforzamento dell’Europa accresce la solidità e la capacità di azione dell’intero spazio occidentale, di cui il rapporto con gli Stati Uniti resta un pilastro fondamentale. Le sfide globali che abbiamo davanti, dalla sicurezza all’intelligenza artificiale, dall’energia alle nuove tecnologie, richiedono partner solidi e non dipendenze passive. L’autonomia strategica significa sviluppare capacità proprie nei settori essenziali, essere più competitivi e maggiormente in grado di contribuire agli equilibri internazionali. Diverso è il protezionismo, che nasce quando la tutela degli interessi nazionali o regionali si traduce nella chiusura verso l’esterno.

L’alleanza tra Europa e Stati Uniti poggia su una storia, su valori democratici condivisi e su un rapporto di fiducia costruito nel tempo. Proprio per questo si può sostenere una maggiore maturità strategica europea. Le due sponde dell’Atlantico si rafforzano reciprocamente e l’Italia può svolgere un ruolo importante di raccordo. Il rapporto tra Italia e Stati Uniti nasce dalla condivisione di valori e da una storia comune.

Dalla Dichiarazione d’Indipendenza del 1776, alla quale contribuì anche il toscano Filippo Mazzei con la sua idea della “felicità” come fine del buon governo, fino al Piano Marshall, all’alleanza transatlantica e ai milioni di italo-americani che uniscono le due sponde dell’Atlantico. È un legame fondato sulla memoria e sulla gratitudine, che ci affida una responsabilità: continuare a costruire insieme il futuro.

Proprio nelle ultime settimane AmCham Italy, che lei presiede, ha proposto Milano come possibile sede di un hub internazionale per la governance dell’intelligenza artificiale. Intanto sono entrati in applicazione nuovi obblighi dell’AI Act europeo. Le istituzioni democratiche sono ancora in grado di governare soggetti tecnologici che dispongono di capitali, dati e infrastrutture superiori a quelli di molti Stati? E l’Europa rischia di regolamentare una rivoluzione tecnologica che viene sviluppata soprattutto altrove?

La vera sfida, complessa sì ma ineluttabile e dunque da vincere, è costruire un equilibrio intelligente tra innovazione e regolazione. Le istituzioni democratiche possono e devono continuare a governare l’innovazione tecnologica, a condizione di possedere competenze, visione e capacità di cooperazione internazionale. È anche lo spirito che ha ispirato la proposta avanzata da AmCham Italy di candidare Milano a sede di un hub internazionale delle Nazioni Unite per la governance dell’intelligenza artificiale.

L’idea di fondo è che una tecnologia sviluppata su scala globale richiede una governance altrettanto globale, capace di mettere in dialogo innovazione, diritti, ricerca, impresa e istituzioni. Milano, grazie al suo ecosistema universitario, scientifico e imprenditoriale, può rappresentare un luogo credibile di mediazione e di confronto tra le diverse sensibilità che oggi si confrontano sul futuro dell’AI.

L’Europa, con l’AI Act, ha scelto di affermare un modello che mette al centro la persona, la trasparenza e la tutela dei diritti. Si tratta di un contributo importante. Certamente il rischio di regolamentare tecnologie sviluppate prevalentemente altrove esiste e per questo la normativa deve essere accompagnata da investimenti, ricerca e crescita di un ecosistema europeo dell’innovazione. La vera sfida, ribadisco, non riguarda la tecnologia in sé, ma il significato che le attribuiamo.

Nel saggio Ritrovare l’umano, scritto insieme a Massimo Lapucci, abbiamo riflettuto su come ogni progresso richieda di essere governato attraverso il discernimento. Anche nell’era dell’intelligenza artificiale, il centro non è l’algoritmo. Restano la persona, la responsabilità, la capacità di generare fiducia.

La Nato ha recentemente chiesto anche alle istituzioni finanziarie private di aumentare il sostegno agli investimenti in difesa, sicurezza e resilienza. Allo stesso tempo una grande banca deve rispondere a criteri di sostenibilità e responsabilità sociale. Come si conciliano queste esigenze? La nuova situazione geopolitica sta cambiando anche il significato di “finanza responsabile”?

Direi che lo sta ampliando. Per molti anni abbiamo associato la finanza responsabile solo a temi ambientali e sociali. Oggi la sicurezza, la resilienza e la stabilità delle democrazie entrano sempre più nel quadro delle responsabilità collettive. Ciò significa interpretare i principi ESG alla luce di un contesto internazionale profondamente mutato. Una società vulnerabile sul piano energetico, tecnologico o infrastrutturale è meno sostenibile anche dal punto di vista economico e sociale.

Le istituzioni finanziarie hanno il compito di sostenere investimenti che favoriscano crescita, innovazione e sicurezza, mantenendo criteri rigorosi di trasparenza e responsabilità. La sfida consiste nel superare letture ideologiche e adottare un approccio pragmatico. La finanza responsabile del nostro presente coincide con la capacità di orientare il capitale verso obiettivi che rafforzino il benessere collettivo nel lungo periodo. Oggi sostenibilità e sicurezza sistemica sono due aspetti della stessa realtà.

Al Meeting del 2021 lei disse che, dopo l’emergenza sanitaria ed economica, quella sociale era forse «il tema più importante», indicando istruzione, povertà e nuove disuguaglianze come questioni decisive. Cinque anni dopo, mentre intelligenza artificiale e competizione geopolitica accelerano le trasformazioni, la debolezza delle democrazie nasce più dalle minacce esterne o dalla difficoltà di mantenere coese le proprie società?

Le minacce esterne senz’altro esistono e non devono essere mai sottovalutate, ma credo che la vera forza, o debolezza, delle democrazie continui a dipendere soprattutto dalla loro capacità di mantenere coese le proprie comunità. Una società attraversata da disuguaglianze crescenti, sfiducia, povertà educativa e frammentazione sociale diventa più vulnerabile anche alle pressioni provenienti dall’esterno. Il tema centrale resta quello della fiducia. Le istituzioni funzionano quando le persone percepiscono di avere opportunità, voce e prospettive. Per questo istruzione, inclusione, formazione continua e mobilità sociale sono oggi fattori strategici per la tenuta democratica.

Anche le imprese hanno una responsabilità in questo ambito. Le grandi organizzazioni sono attori sociali tanto quanto lo sono dal punto di vista economico. Generano lavoro, competenze e opportunità. Se vogliamo democrazie più forti dobbiamo ricostruire legami, perché il vero antagonista della convivenza democratica è la disgregazione del tessuto umano che la rende possibile.

La presentazione de “I padroni del mondo” si conclude sostenendo che la tradizione democratica può ancora offrire una strada nel tempo del disordine. I sistemi autoritari sembrano talvolta poter decidere più rapidamente, concentrare risorse e perseguire strategie di lungo periodo con meno vincoli. Qual è allora, concretamente, il vantaggio competitivo della democrazia? E quale scelta dovrebbe compiere oggi l’Europa per dimostrare di non essere destinata alla marginalità?

La democrazia appare spesso più lenta rispetto ai sistemi autoritari. Discute, media, corregge i propri errori. Eppure, proprio questa capacità rappresenta il suo principale vantaggio competitivo, oltre che chiaramente etico. Gli autoritarismi possono essere molto efficienti nel decidere, ma faticano a correggersi quando sbagliano. Le democrazie, invece, incorporano il pluralismo, la libertà critica e l’innovazione che nasce dal confronto. La loro forza consiste nell’offrire al conflitto civismo e perimetri di confronto produttivi.

Oggi assistiamo anche a una competizione tra modelli di convivenza. In questo scenario l’Europa deve dimostrare che libertà, crescita economica, innovazione e coesione sociale possono procedere insieme. La scelta più importante è investire nella propria capacità di generare futuro: ricerca, tecnologia, capitale umano, difesa comune e cultura democratica.

Dante conclude la Commedia con l’amore che muove il sole e le altre stelle, titolo meraviglioso di questa edizione del Meeting. È un’immagine che parla ancora al nostro tempo. Nessuna comunità, nessuna istituzione, nessun ordine politico si reggono a lungo soltanto sulla forza. Ciò che dura davvero è ciò che sa attrarre, convincere, generare fiducia e mettere in relazione le persone.

Int. Stefano Lucchini